DANIELE CATALUCCI

D Daniele Catalucci, bassista in un mondo musicale dominato dalle chitarre…scelta casuale o dettata dal cuore ?

R Ma quali chitarre? Il mondo musicale è finalmente dominato dagli ipad !

Io ed il basso… ho sempre dato la colpa al caso. Poi crescendo ho imparato a conoscermi e mi sono rispecchiato sempre di più in degli aspetti di questo strumento: non amo stare eccessivamente in prima linea ma mi piace essere di sostenimento, voglio che lo scheletro e l’ossatura dipendano da me, dal mio battito e dalle mie scelte…

Nella vita sono così, sono silenzioso, lascio respirare e vivere chi ho intorno, ma quando mi convinco totalmente della giustezza di una cosa, mi adopero in ogni maniera affinché ci si convinca di questa e che si faccia.

Il basso è uguale, tu sei in discoteca e balli mentre canti la canzone, apparentemente il basso non lo noti, ma se smetto di suonare, tu smetti di ballare.

È stata una scelta caratteriale.

 

D Bassista e produttore attivo dal 1995, lo studio in Conservatorio, vincitore con i Virginiana Miller di un David di Donatello, poi due targhe Tenco, la prima nel 2013 con Mauro E. Giovanardi e Sinfonico Honolulu in qualità di bassista e arrangiatore, la seconda con i Virginiana Miller nel 2014 in qualità di bassista e co-compositore. Vanti esperienze in studio, live e tv, da bassista e da arrangiatore. Sei membro dell’Orchestra del Teatro Nuovo di Milano nel mondo del musical e produci dischi di altre band nel tuo studio… ma tutto come inizia?

R Inizia con un ragazzo di 14 anni, sdraiato sul proprio letto, che ascolta “Out of time” dei R.E.M abbracciandosi come altre volte sulla chitarra classica del proprio padre. Quella volta, di diverso dal solito, misi insieme quattro note che ricalcarono la canzone che stavo ascoltando… Suonai Low dei R.E.M, quelle quattro note messe in fila, e trovai un link tra la musica immaginata e quella riprodotta. L’emozione mi sconvolse.

Dopo qualche settimana mio padre realizzò come in realtà non stessi suonando la chitarra, ma soltanto le corde singole, come fanno i bassisti. Entro breve, forse per salvare la chitarra, si presentò con un basso Eko. Ricordo ancora l’odore buono e tutto da scoprire. Sapeva di moderno, di futuro.

Di lì a poco mi ritrovai nel mio primo vero gruppo, i Sea Side. Ero cresciuto con i Cure, the Smiths, i Talking Heads, amavo e suonavo gli U2 dell’allora Achtung Baby, ma con i Sea Side ci spostammo più sul lato punkeggiante, quindi gli Stooges, i Sex Pistols. Poi arrivarono i Nirvana, cominciammo a scrivere roba nostra e cambiò tutto.

D Dai Sea Side ai Virginiana Miller, gruppo storico del panorama musicale livornese e non solo, gruppo impegnativo ma di grande soddisfazione…

R Alla resa dei conti torno sempre lì. Sono il gruppo più importante con cui abbia avuto a che fare, oltre che per il prestigio, anche per l’uniformità di mire, di percorso e di scrittura.

Sono le uniche persone con cui sia riuscito a comporre canzoni lavorandoci in sei, contemporaneamente. È difficile, ma bellissimo. Gli unici oltre che i primi.

E poi sono famiglia.

Noi siamo ancora lì. Sta per uscire il nostro settimo lavoro, “The unreal McCoy”, per la prima volta scritto in lingua inglese.

 

D Non è mancata una “scappatina” con i Sinfonico Honolulu…

R Beh, una scappatina di 7 anni!!!

È stato un momento importante, mi hanno delegato il ruolo di direttore artistico e ci ho messo tutto me stesso.

Siamo arrivati su dei bei palchi, a dei punti impensabili per un gruppo partito dall’essere una cover band e credo come dicono nel film “The Commitments”, che in quel periodo siano cambiate molte prospettive dentro di noi, sono contento di aver fatto parte di un periodo di punta.

Poi siamo arrivati ad un punto di rottura e la scissione è diventata inevitabile, stava diventando tutto molto difficile e non ci so stare nelle situazioni che non ingranano.

È stato un gruppo in cui ho creduto molto, ma la fine è stata davvero inevitabile.

 

D Progetti futuri, concerti in vista, un nuovo album, cosa “bolle in pentola” ?

R Ho 5-10 cose importanti da fare nel giro di un anno.

Sto allestendo un progetto nuovo, bello, ballabile, che ho sempre sognato di fare. C’è tanto funk, musiche originali, stiamo registrando e mi piace tantissimo.

Il nuovo dei Virginiana sta per uscire, e a breve usciranno le date.

Collaboro con lo spettacolo di tributo a Dalla dal titolo “Com’è profondo il mare”, e suonerò con le Voci sole e col reprise del musical Kinky boots al Nuovo di Milano.

Ho delle produzioni in cantiere al Banana studio, il quartier generale dove collaboro col tecnico del suono Valerio Fantozzi.

E poi ci sono i fondamentali imprevisti, che aspetto sempre a braccia aperte.

 

D Daniele quali sono i tuoi punti di riferimento, i tuoi bassisti cult ?

R In ordine sparso ho imparato tantissimo dal tiro senza fronzoli di Donald Duck Dunn, il funk fisico da Flea, il suono aggressivo di Tim Commerford dei Rage against.

Jaco Pastorius e Les Claypool sono invece quelli da cui ho rubato un bel po’ di tecnica, hanno cambiato la percezione del basso elettrico.

McCartney e Familyman Barrett tra i suoni più rotondi e appoggiati sono i miei prediletti.

John Deacon dei Queen mi ha insegnato tantissimo oltre che tecnicamente, caratterialmente. La sua modestia è una roba che va studiata, si respira nella sua maniera di stare sul palco.

Potrei andare avanti per un paio d’ore, perché continuano a venirmi i nomi di Nathan East, Bernard Edwards…

Chiudo con John Taylor dei Duran Duran, anche perché credo sia stato il primo ad aver fatto capire al genere femminile che “anche il bassista… tutto sommato…”.

E suona da Dio.

 

D Suoni in una band importante, sei salito su palcoscenici di rilievo, sei stato a contatto con realtà diverse…come spieghi il “fenomeno Livorno”, una città che da sempre ha dato vita a centinaia di ottimi musicisti ma che non riesce a imporsi come potrebbe e dovrebbe nel panorama musicale italiano ?

R La livornesità è un aspetto che non aiuta a prendersi sul serio. L’ho sempre vista così.

Ultimamente però ho cominciato a deresponsabilizzare questa risposta, che risuona un po’ come una scusa, insomma fa comodo dare la colpa a qualcos’altro, anche se si parla del proprio carattere.

Magari la verità è che uno non si impone perché non è in grado. Oppure Livorno è in fase fiorente e siamo così ciechi da non volerlo vedere.

La verità che mi solletica il pensiero è duplice: da un lato che l’idea di fallimento sia uno strascico, un’abitudine anni novanta, figlia del mancato e totale successo degli Ottavo Padiglione, cosa che tutti speravamo. Ed è come se quell’insuccesso fosse diventato la bandiera della livornesità musicale.

Da un altro lato, forse il più definitivo, penso che essere ottimi musicisti non serva a niente, ma serva essere degli ottimi lavoratori.

“E un giorno come altri cento _tornano a Livorno

Che è una piccola città _ piena di vento”

(Parenti lontani, Virginiana Miller)

 

D Oltre che musicista anche scrittore : Rinomina, edito da Valigie Rosse è il tuo volume…36 storie da leggere e riflettere…

R Finire RINOMINA mi ha consentito di mettere in pratica qualcosa di diverso. La collaborazione con Valigie Rosse è stata molto bella e emozionante.

L’idea di base è che ci siano 36 dialoghi tra persone la cui identità venga svelata soltanto a fine dialogo. Questa forma di narrativa, tra l’investigazione del lettore e il realismo più puro dello scrittore, mi ha dato la possibilità di dare una voce, un volto a delle riflessioni mie, ancorate chissà dove.

Esperimento riuscito, adesso sto scrivendo un paio di cose nuove. È tutto un embrione, in cui intravedo soltanto qualcosa di interessante, mi piace.

D Daniele, un rimpianto, una occasione perduta, un treno che hai visto partire senza di te…

R Vivo di piccoli rimpianti, ma me li dimentico questo tutti il giorno dopo. Mi piace la mia vita di oggi.

 

D Chi è oggi Daniele Catalucci ?

R Sono appena diventato padre, sono felicissimo, ho una famiglia che si sta creando. Sono in una fase unica e adesso dovrò rinascere intorno a questa nuova dimensione.

 

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